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sabato 26 ottobre 2013

New York day 6: cose a caso, le migliori.

Non ho ancora trovato un aggettivo per descrivere questa cittá. Quando lo trovo vi faccio sapere.
Sono una che ama le montagne, i posti desolati, la natura allo stato brado (ho lasciato il cuore in Islanda e forse ci vivrei) eppure qui mi sento a casa. 
É naturale camminare per queste strade, l'unico momento di "estraniamento" (esiste questa parola?) l'ho avuto a Wall street. Credo perché lì c'é il famoso 1% della popolazione e i soldi buttano energia negativa. Secondo me.
L'aspetto che mi é piaciuto di più? Vagare a caso, nutrirmi a caso.
Ieri é andata proprio così.
Colazione all'alba delle 12.00 dopo aver camminato per Central Park ed aver visitato il Guggenheim.
Sto abbandonando i dolci (spero) e mi sono data al salato al mattino, pita con falafel per me ed un improbabile spiedino con pollo e mostarda (shish kebab) per Mr.D.
Camminare, camminare, fare un giro sulla 5th, camminare giù giù giù fino alla Highline. 
Se non sapete di cosa si tratta vi consiglio di cercarla, é un tratto di una vecchia ferrovia riqualificato e trasformato in un parco-passeggiata: alberi e piante incorniciano una passerella dove ci sono panchine, sdraio, bar, anfiteatri all'aperto, punti panoramici, bancarelle. Top. 
Il nostro vagare senza meta ci ha portati a cena in un posticino messicano tra la Columbus e la 78th che mi ha attirato per due motivi: il nome, Frida Café, e le lucine. Sono una fan delle lucine bianche. 
É stato difficile scegliere ma, alla fine, ho optato per empanaditas ripiene di formaggio e quesadillas con chorizo e formaggio, accompagnate da un riso bianco con zucchine e crema di latte.
D. ha scelto una bistecca con riso rosso e fagioli neri. Anche se non é stata una cena proprio economica ne é valsa la pena.



domenica 20 ottobre 2013

New York day 0: come fare tre cene in quattro isolati.

Iniziare un post parlando di New York e del suo cibo é come cercare di descrivere a parole la musica: non si può. 
Ci hanno scritto libri, film, post, ma fino a che non provi e non senti con i pori della pelle sarà difficile capirlo davvero.
Il binomio NY-cibo richiederebbe troppe parole, scriverò qualche riga, ogni giorno, per tracciare il nostro giro dal punto di vista della voglia di assaggiare. Non parlo di Fame, quella é un'altra faccenda, a noi sconosciuta.
Siamo qui da poche ore e sono già riuscita a mangiare un hot dog, un'empanada e andare a cena in un ristorante. Come? Camminando per pochi isolati.
Dalla 79th giù lungo la Broadway siamo arrivati da Gray's Papaya, mentre mi chiedevo cosa centrassero le papaye con le salsiccette nel pane, Mr.D. mi aveva già comprato un piccolo hot dog con cheese.
Sono vegetariana! É vero, e continuo ad esserlo, ma devo provare tutto. Soprattutto qui.
Era delizioso, il pane piuttosto dolce e leggermente tostato, la carne saporita e il formaggio sciolto nel pane come fosse una salsa dal sapore indefinibile ma perfettamente amalgamata agli altri due gusti.
Quattro passi dopo l'hot dog ci siamo fermati al furgoncino di Nuchas, empanadas argentine.
Il profumo era troppo invitante per passare oltre senza una sosta. Cercando poi in rete ho scoperto che hanno vinto il vendor awards del 2013. Non mi é ben chiaro come assegnino questo premi ma per me se lo sono meritati.
A quel punto credevo che avremmo dedicato la serata allo street food mentre io cercavo di combattere il fuso, ma non é andata proprio così. I baffoni di Alex Garcia, chef cubano, ci hanno fatti fermare all'AGKitchen all'incrocio tra la 72th e Columbus Avenue. 
Veggie e classic burger per noi con cipolle caramellate e guacamole. 
Memore di altre viaggi avrei dovuto ricordarmi che l'acqua in buona parte del mondo sa di cloro, invece il cameriere "Mr. sorriso così mi lasciate più mancia" é stato velocissimo e mi ha servito non una ma due caraffe di acqua e ghiaccio al cloro. Poco male, per i prossimi due mesi  ho sterminato tutti i batteri del mio apparato digerente.